
MINI CORSO DI RIEDUCAZIONE POST SOCIAL E CHAT
I social, molti anni or sono, hanno dato il via ad una escalation di abitudini che in precedenza nessuno aveva.
All’inizio era gioco, poi è diventata abitudine, poi dipendenza.
Dire le cose dietro a uno schermo ci ha resi tutti un po’ più sfacciati, un po’ maleducati, e molto più inclini al “siccome lo fanno gli altri, allora è normale”.
Ma non tutto ciò che si è normalizzato è sano.
Questo mini corso nasce per osservare con lucidità alcune derive social-chat-digitali che sarebbe il caso di rivedere. Prenderne coscienza può scuoterci e riportarci verso comportamenti più consoni e rispettosi verso il prossimo.
Analizziamo punto per punto questi comportamenti errati, ed in seguito le relative soluzioni.
- COMMENTARE A CASO, COME SE FOSSE TUTTO CASA TUAUno dei comportamenti più maleducati e, purtroppo, più diffusi sui social, è quello di commentare tutto, ovunque, sempre. Come se ogni post fosse una porta aperta, e chi pubblica avesse chiesto il parere di chiunque passi di lì.
La gente ormai non legge nemmeno i contenuti, commentando solo in base al titolo di qualcosa.
La verità è che la bacheca altrui, sebbene pubblica, non è casa tua. Non ti appartiene. E quindi non è luogo dove puoi entrare in ciabatte, con opinioni non richieste, giudizi, sarcasmo, battute infelici o, peggio, vere e proprie critiche personali.
Scrivere un commento su un contenuto che non condividi è lecito, certo. Ma farlo in modo invadente, arrogante, offensivo o paternalista è da maleducati.
E spesso chi si comporta così crede di essere nel suo diritto, perché sta solo “dicendo la sua”.
Ma sui social vale la stessa regola della vita reale: nessuno è obbligato ad accogliere il tuo parere. Come nessuno è obbligato a controbattere un parere opposto al suo.
Non tutto ti riguarda. Non tutto ti è dovuto. E non è che perché è pubblico, allora è tuo.
Questo non è comunicare, creare dialogo, ma invadere. E’ anche un modo per imporre la propria presenza, quando nella vita reale ci si sente, a torto o a ragione, collocati ai margini.
Scrivere un commento non è un diritto assoluto, ma una responsabilità comunicativa.
*La soluzione: COMMENTA SOLO SE SAI DI COSA STAI PARLANDO E SOLO SE PORTI RISPETTO E SENSO
– Commenta solo quando hai qualcosa di sensato, rispettoso o utile da dire.
– Evita battute fuori luogo, sarcasmo gratuito, critiche mascherate da “opinione”.
– Ricorda che ogni spazio online è uno spazio personale. Se non ti piace quello che trovi, puoi passare oltre e andartene. Non devi per forza lasciare traccia del tuo disappunto.
– Domandati prima di scrivere un commento:
Mi è stato chiesto un parere, o lo sto imponendo?
Sto parlando con rispetto, o sto cercando visibilità?
Se fossi io a ricevere questo commento, come mi sentirei?
2) IL BUON GIORNO A CHIUNQUE
Messaggi del tipo “buongiorno”, “buon pranzo”, “buona serata”, spediti ogni giorno a chiunque, sono diventati una prassi. Addirittura c’è chi approda in pagine sconosciute solo per lasciare il suo buon giorno. Siamo alla follia.
Ma qual è il loro vero scopo?
Secondo la psicologia, dietro a questa abitudine possono nascondersi diversi bisogni: affermazione, attenzione, controllo, manipolazione, esibizionismo, narcisismo, solitudine.
In realtà, queste frasi standardizzate, ripetute, sterili, possono risultare invadenti.
Il buongiorno e la buona notte ad esempio, sono forme di saluto intimi, nel senso che acquistano vero significato se dato a familiari, amici stretti e amori, e sono seguiti comunque da un dialogo giornaliero o almeno molto frequente. Se non c’è reale confidenza, o se non c’è un vero scambio, rischia di diventare solo fastidio e rumore.
*La soluzione: SALUTA SOLO SE HA UN SENSO, NON PER COMPARIRE
Il saluto è un gesto di vicinanza, non un’auto-affermazione quotidiana.
Mandare “buongiorno”, “buonanotte”, “buon pranzo” ogni giorno a decine di persone che non sentiamo mai, non crea legami, ma spesso fastidio.
Quindi sarebbe buona norma:
– Scrivere un saluto solo quando esso è collegato a un pensiero reale per quella persona.
Esempio: “Buongiorno, ieri ti ho pensato. Come stai?”
– Evitare l’abitudine del messaggio generico “Buon tutto a tutti”, che non ha alcun valore relazionale.
– Capire che chi non risponde non è maleducato: forse non sa che farsene di un buongiorno vuoto.
– Domandati sempre prima di inviare: sto cercando davvero l’altro, o solo conferme per me stesso? Questo saluto apre un dialogo, o è solo una sigla che non significa niente?
– Ricorda: il saluto ha valore solo quando è rivolto davvero a qualcuno, e non gettato in aria per sentirsi vivi.
- VISUALIZZARE E NON RISPONDERE O NON VISUALIZZARE AFFATTO (e altre forme di maleducazione mascherata)Immagina questa scena: sei davanti a una persona, le stai parlando, e lei ti guarda, tace, e se ne va.
Assurdo, no? Eppure online succede ogni giorno.
Il comportamento “visualizza e non risponde” è diventato una triste abitudine.
Ma è, a tutti gli effetti, maleducazione.
Dietro a quel silenzio c’è un messaggio implicito: “Non me ne importa nulla di quello che stai dicendo.” Perché, parliamoci chiaro: se tieni a una persona, non la lasci in sospeso.
Stessa cosa per quei messaggi già letti tramite notifica a comparsa, e volutamente ignorati o relegati nello stanzino dei “poi si vede”, o dei “poi non si vedrà mai.”
Ad essere educati non si perde nulla, ma sembra che costi denaro vero a molta gente.
A volte basterebbe una semplice frase: “Ti rispondo più tardi, ora non riesco.”
Ma serve empatia, educazione, rispetto e voglia di comunicare davvero.
*La soluzione: SE VISUALIZZI, RISPONDI, O SPIEGA PERCHÉ NON PUOI (e se non visualizzi almeno abbi la “furbizia” di non fare altri accessi visibili)
Visualizzare e sparire è diventato socialmente accettabile. Ma accettabile non significa educato.
Se qualcuno ti scrive, merita attenzione.
Quindi:
– Se leggi un messaggio, rispondi. Magari con poche parole, magari in un secondo momento, ma non lasciarlo lì come se non esistesse.
– Se non puoi rispondere subito, dillo. Anche solo con: “Ti rispondo più tardi, ora non posso”.
– Se il messaggio non ti interessa, hai comunque la possibilità di rispondere in modo fermo ma educato, ed eventualmente di bloccare dopo l’utente o di eliminarlo dalla tua rubrica come conferma del tuo disinteresse.
– Prima di lasciare in sospeso qualcuno, domandati: Vorrei che lo facessero a me?
Sto evitando o sto solo dimostrando menefreghismo?
– Ricorda: il rispetto si misura nella cura delle piccole cose, come una risposta.
E leggere senza dire nulla equivale a girarsi e andarsene mentre qualcuno ti parla.
- SEI FELICE? OTTIMO, MA NON SERVE POSTARLO CONTINUAMENTE
C’è una sottile differenza tra condividere la propria felicità e esibirla compulsivamente.
Che tu sia ai Caraibi, con o senza i pirati, o che tu sia circondato da uno stuolo di sirene, è carino da guardare una volta, al massimo due. Dopo si diventa fastidiosi.
Alcune coppie ad esempio sembrano vivere in una sitcom romantica, con selfie, cuori, baci, sorrisi, pose, che pubblicano di continuo.
Ma la psicologia ci ricorda che più una relazione ha bisogno di essere confermata pubblicamente, più è fragile nel privato.
Ogni coppia ha il diritto di essere felice, ma la felicità vera non ha bisogno di essere urlata, ostentata, né postata in tempo reale.
Le relazioni vere si vivono, non hanno bisogno di pubblicità. La felicità vera non si nutre dell’invidia altrui.
*La soluzione: AMA IN SILENZIO. CONDIVIDI CON MISURA. VIVI VERAMENTE LA TUA FELICITA’ SENZA BISOGNO DI ESPORLA
Una citazione diceva una frase da amare: “Tutto ciò che mi ha davvero reso felice, non l’ho mai fotografato.”
E’ una frase talmente vera, che non ha bisogno di aggiunte.
- ABBIAMO DIMENTICATO LA DISCREZIONE: ANCHE LA MALATTIA È DIVENTATA CONTENUTOUn tempo certe cose si dicevano sottovoce. A una cerchia ristretta, a chi ti voleva bene, o a chi ti poteva capire davvero.
Oggi invece, basta aprire un social per assistere a un racconto dettagliato della propria malattia, dei propri sintomi, degli esami medici, delle diagnosi, dei ricoveri.
È diventato normale pubblicare foto con il braccialetto dell’ospedale, selfie con la flebo, o con le dita che indicano vittoria, e nel contempo con lo sguardo assente, svuotato dal dolore che una malattia può arrecare.
Sia chiaro: non si mette in dubbio il dolore, né il diritto di esprimersi.
Ma esiste una cosa chiamata discrezione, che è forma di rispetto verso se stessi e verso chi legge.
C’è da capire che quando un’emozione privata diventa materiale da social, si perde il confine tra vissuto autentico e bisogno di non sparire.
Chi sta davvero male, spesso non ha nemmeno la forza di raccontarlo in tempo reale. Ma è anche vero che a molti i social danno quel sostegno di cui necessitano, sebbene sia un sostegno effimero e vuoto.
La fragilità autentica raramente ha bisogno di scena. E se ne ha bisogno, non è testimonianza, ma necessità personale di continuare ad essere visti, ad ogni costo.
*La soluzione: RIEDUCARSI ALLA DISCREZIONE
– Il pudore non è debolezza. E’ eleganza.
– Non tutto va detto.
– Non tutto va mostrato.
– I problemi di salute sono una delle cose più serie e destabilizzanti che possano mai capitare. Distruggono mente e corpo, mettono in crisi la propria identità.
Ma è nel silenzio che la si può ritrovare.
E’ nell’affetto vero dei propri cari che si può avere quel contenimento di cui si ha bisogno.
E’ nel dialogo interiore che si può trovare un nuovo cammino di accettazione, di senso vero riguardo a ciò che sta accadendo, di Fede, di pace profonda.
- L’AMORE È DIVENTATO UN CATALOGO: VIA UNO, AVANTI UN ALTROC’è stato un tempo in cui per conoscere una persona servivano occhi, tempo, presenza, momenti condivisi. Oggi, invece, si scorrono facce con un dito. Si valuta una biografia, una frase a effetto, qualche selfie. E si “sceglie” qualcuno come si sfogliava il vecchio Postalmarket, solo che non stiamo parlando di vestiti e oggetti, ma di persone.Social, chat e app d’incontri hanno reso la conoscenza rapida, superficiale, immediata.
Ma soprattutto hanno cambiato l’atteggiamento mentale: non si costruisce più, si seleziona.
Non si rischia, si scarta. E se qualcosa non va, via, avanti il prossimo. La scelta è ampia, anzi, illimitata.
Il problema è che, proprio per questo, nessuno sembra mai abbastanza.
Appena c’è una difficoltà, una differenza, un’imperfezione, si pensa:
“Perché restare? Tanto là fuori ce n’è un altro.” O ancora: “Perché perdere tempo con questa che fa la difficile? Tanto ne trovo altre che ci stanno con facilità.”
Questo atteggiamento non genera libertà, bensì vuoto affettivo. Perché la quantità uccide la qualità. E l’illusione della scelta infinita, rende incapaci di impegnarsi davvero.
In più, conoscere qualcuno tramite uno schermo è spesso un gioco di maschere:
si mostra la versione migliore di sé, si costruisce un’identità digitale che non sempre coincide con la realtà.
Così si creano aspettative sbagliate, delusioni precoci, e tanta solitudine camuffata da vivacità sociale.Conoscere davvero una persona richiede tempo, pazienza, attenzione.
Ma ormai, queste tre parole sembrano fuori moda.
*La soluzione: L’AMORE HA BISOGNO DI REALTA’ E DI TEMPO SPESO
Social e app di incontri hanno reso tutto veloce, sostituibile, superficiale. Ma le relazioni non si costruiscono con un like, non si scelgono da una galleria di volti.
Necessitiamo, dal punto di vista sentimentale, di una vera rieducazione emotiva.
– Smettiamo di trattare le persone come opzioni.
– Se oggi parli con qualcuno e domani scompari senza spiegazione, non stai cercando amore: stai solo cercando intrattenimento.
-Investi tempo per conoscere davvero l’altro, senza aspettarti tutto e subito.
– Impara a stare, anche quando l’altro non è perfetto.
– Domandati prima di iniziare (o chiudere) una conoscenza: sto cercando una persona o solo una distrazione? Cerco un legame o una conferma? Sono disposto a conoscere l’altro davvero, o solo finché corrisponde alle mie aspettative ideali?
-Ricorda: nessuno è perfetto, e nessuna app sostituirà mai il tempo condiviso, le conversazioni vere, la costruzione lenta.
L’amore è un viaggio, non un acquisto.
In conclusione: rieducarsi al rispetto digitale, vuol dire tornare umani.
I social e le chat non sono il male in sé, sono strumenti. E come tutti gli strumenti, possono servire a costruire o a distruggere. Dipende da chi li usa, e da quanta umanità ci mette dentro.
In questi anni abbiamo perso la misura.
Abbiamo scambiato la quantità per qualità, l’apparire per relazione, la reazione per dialogo.
Abbiamo fatto del privato un palcoscenico, del dolore un contenuto, della solitudine una finta presenza da riempire a colpi di emoji.
Ma tutto questo non ci ha resi più vicini.
Ci ha resi più soli.
E spesso più vuoti.
Rieducarsi non significa sparire dai social, né tacere.
Significa scegliere cosa dire, a chi, come, e perché.
Significa tornare ad avere rispetto: del tempo, degli altri, dello spazio altrui, del valore delle parole, del senso del silenzio.
Significa capire che essere online non ci autorizza ad essere peggiori.
La gentilezza non è debolezza.
La discrezione non è disinteresse.
Il silenzio non è assenza.
Una comunicazione più umana non è un’utopia: è una responsabilità che abbiamo tutti, ogni giorno.
Perché dietro ogni schermo c’è una persona.
E se vogliamo relazioni vere, dobbiamo iniziare a comportarci come persone vere anche dietro lo schermo.
-Patrizia Perotti-
www.patriziaperotti.it
Come al solito hai analizzato e spiegato con chiarezza un problema che riguarda tutti.
Brava Patrizia 😊
Grazie Renato, sei sempre attento e affettuoso 🙂 Un abbraccio!